Cannes a Roma 2012, ovvero nostalgia per le piaghe medievali

Ore 16.00 – Apertura botteghino [La mentalità dei Lemmings & profitti inauspicati]

A roma la gente non ha un cazzo da fare e si presenta in biglietteria alle 16 nonostante il film sia alle 20.30.
A roma la gente ha un sacco di amici e compra i biglietti a fisarmoniche da 20.
A roma la gente va a vedere solo il film che ha vinto.
A roma la gente non conosce il regista del film che ha vinto. Non conosce neanche il film. Però sì.

Pure se sono previste riduzioni sul biglietto, a quanto pare ci rosicano a farti pagare di meno, quindi sticazzi, oggi solo prezzo pieno.
A me va bene lo stesso, ché tanto la cassiera s’è confusa e si è presa un solo biglietto da venti. E ci ha dato due volte il resto.

Ore 18.15 – La Sirga [Anziani da bruciare & bestemmie a intermittenza]

La maggior parte del pubblico è composto da vecchi che non hanno fatto in tempo a prendere i biglietti per Amour, e hanno ripiegato su questo. Per cause misteriose che coinvolgono divinità lovecraftiane e antiche maledizioni Maya, io mi trovo sempre le vecchie rompicoglioni che si sentono in dovere di commentare ogni passaggio del film:

  • [Titoli di testa, la vecchia parla come se nulla fosse, molti chiedono il silenzio] “Eh oh, quante storie, non è neanche iniziato!”
  • [Compare il titolo] “Oh ma che sarà ‘sta sirga, io mica l’ho capito.”
  • [Un personaggio mangia una normalissima zuppa di fagioli] “Ma che si mangiano ‘sti qua oh, mamma mia che schifo, cibi esotici!”
  • [Ogni 17 minuti circa la vecchia emetteva un sospiro acuto e agonizzante tipo sfiatatoio di balena morta che rigetta gli ultimi aliti]
  • “Oh ma hai controllato quando finiva? Non hanno fatto l’intervallo.” [Nell’ingresso c’è un cartello in cui a caratteri enormi si spiega che NON si effettuano intervalli]
  • [Sul finire del film] “Ah ma quindi sen’è andato? No, che ha fatto? Non l’ho capito. Perché finiva così?”
  • [Titoli di coda] “Ma che sono tutti ‘sti nomi? Io non l’ho vista tutta ‘sta gente nel film!”
  • [Si riaccendono le luci] “Eh beh però, si vede che era proprio un tipico film sudamericano!”

Credete che questo fosse il male minore? MANCO PER IL CAZZO.
Durante la proiezione si accendono le luci principali. Dopo due o tre minuti, dopo aver fatto notare la cosa, si spengono. Dopo poco, si accendono quelle minori. Di nuovo, vengono spente solo dopo i lamenti del pubblico. Dopo un quarto d’ora si riaccendono quelle grandi, dopo poco si rispengono. Le luci hanno continuato ad alternarsi per tutto il film.

Sarà questo il fondo della serata? CAZZO CHE NO.
Insieme al concerto di luci, da circa metà film fino alla fine ci siamo potuti godere le bestemmie e le sbroccate del macchinista, o chi per esso. Riesco a distinguere ogni parola, visto che La Sirga è un simpatico film contemplativo in cui fra ogni linea di dialogo c’è prima mezz’ora di silenzio e fruscii di foglie. Quindi ho potuto chiaramente udire frasi come “MA JE DEVI DI’ CHE IO DA QUA NUN POSSO FA ‘N CAZZO! MA CHI CE STA GIÙ? MA ALLA DUE O ALLA UNO? DIJE CHE DEVE STA SOTTO MORTACCI SUA!”

Ore 20.30 – Amour [La fiera der Tufello]

È squisitamente ironico il fatto che il pubblico presente in sala per vedere un film su dei vecchi prossimi alla morte fosse composto per tre quarti buoni da vecchi prossimi alla morte.

Dopo pochi minuti, l’organizzatore (credo, non lo so, sticazzi) della rassegna spiega che per un problema tecnico dell’ACEA, quindi non di competenza del cinema, la proiezione sta subendo qualche ritardo, ma si dovrebbe risolvere entro breve e, nel caso non si risolvesse, il biglietto sarà rimborsato. A quanto pare il pubblico romano non ce sta eccheccazzo, quindi partono subito invettive bburine che manco er monnezza dei tempi d’oro.

  • “Tutti i film che proiettiamo sono digitalizzati, quindi c’è qualche problema tec-” “UUUH IL DIGGITALE ANVEDI OOH, CHE BELLO IL DIGGITALE, È DA QUINDIC’ANNI CHE ESISTE IL DIGGITALE”
  • “Comunque è un problema di energia, perché di mattina abbiamo fatto le prove e il film si vedeva bene, quind-” “OOOH DE MATTINA LE DOVEVATE FA’ LE PROVE COGLIONI”
  • “Il problema si sta risolvendo eh, dovete solo pazient-” “MA CHE CE STATE QUA A PRENDERCI PER IL CULO”

Pensa te quanto ci tenevano a vedere il film. In tutto ciò, un vecchio poco distante continuava a commentare a voce alta dicendo “Aò, ma il vero film è quello là oh”. Ha ripetuto ‘sta frase dalle sette alle undici volte, e ciascuna volta non sel’è inculato nessuno.

Coronazione del tutto, dopo neanche dieci minuti il film parte. Non mi pare di aver visto nessuno scusarmi per il comportamento da imbruttitori de borgata.

A quanto pare pure a metà giugno, è impossibile evitare il solito concerto di tosse, starnuti e catarro per tutta la durata del film. L’età media del pubblico che sfiora i 60 non aiuta. Nonostante ciò, la proiezione è andata bene, senza vecchie rompicoglioni nei dintorni. Unica nota di merito, durante una scena di dialogo, il tizio due posti oltre il mio ha urlato nell’orecchio della sua vicina “HANEKE È IL MAESTRO DEI SILENZI!”. Io mi stavo strappando le unghie a morsi.

Ore 23.30 circa – Fine proiezione, uscita [Opinioni non richieste di pretenziose sacche scrotali]

  • “Eh, un regista così si può permettere tutto”
  • “Eh guarda, non un capolavoro però bello eh.”
  • “Eh ma io preferivo Il Nastro Bianco, devo essere sincero.”
  • “Sembra una di quelle cose no però ecco questa più intima.”
  • “Eh oh ma gli hanno dato tutti 8.5, 9, 9.5!” “Eh sì sì secondo me proprio da 9”
  • “Però oh sempre ‘ste cose di piangere.”

Se la mia sanità mentale me l’avesse concesso, mi sarei trattenuto ad ascoltare ancora scempi del genere, ma mi usciva la bile dagli occhi, quindi no.

 

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4 commenti

Archiviato in indiegnazione, le cose brutte di una volta, ma anche no

4 risposte a “Cannes a Roma 2012, ovvero nostalgia per le piaghe medievali

  1. o cristo, ti sono vicina. a rimedio di queste terribili testimonianze (non so quale sia peggio, forse quella che commenta il cibo sudamericano o quello che urla sui silenzi di haneke) posso solo ricordarmi di un’antica proiezione de La Pianista di haneke in un sabato sera in un cinema del centro storico, con lazzi mazzi fischi e risatine fino a 3/4 del film, quando Isabelle Huppert, in procinto di praticare sesso orale al suo riottoso studente, vomita praticamente sulla macchina da presa, in primo piano. In sala non volava una mosca e io mi alzai in piedi con un urlo di vendetta: “ADESSO STATE ZITTI, EH?” insomma, il vomito è l’avamposto, pare. Bisognerebbe vomitare sul pubblico previamente, per assicurarsi una visione tranquilla.

    • la cosa che non capisco è perché al giorno d’oggi si debba filtrare tutto con l’ironia d’accatto, e quindi ogni cosa che si dice non la si dice seriamente e ogni cosa che si vede non la si vede seriamente e insomma sì siamo coinvolti ma con un certo distacco eh, che merda. opto anche io per il vomito sul pubblico.

  2. le cose che hai riportato poi appartengono più al regime delle lesioni cerebrali definitive, che all’ironia, però:

    DFW sull’ironia
    […] il punto del saggio è che la funzione ironica nella narrativa postmoderna sia nata con uno scopo riabilitativo. Generalmente, ci si aspettava che demolisse l’ipocrisia – una certa maniera ipocritamente compiaciuta in cui il paese percepiva sé stesso che non poteva semplicemente più essere preso per vero. Il problema è che quando l’ironia diventa di per sé stessa solo uno stile di comunicazione sociale non andrà più a cambiare granché, è solo una moda, un modo fico di fare qualcosa – di parlare e agire, prendersi gioco all’incirca di qualsiasi cosa, te stesso compreso, restando terrorizzato all’idea di essere proprio tu l’oggetto della presa in giro. Buona parte di quest’idea proviene dal lavoro di un saggista chiamato Lewis Hyde, il quale credo abbia vissuto per un po’ a Minneapolis. Il suo era un saggio su John Berryman – credo di averlo citato in Una cosa divertente che non farò mai più. In ogni caso, Hyde parla dell’ironia come qualcosa che diviene gradualmente la voce di un prigioniero che finisce per amare la sua reclusione. Il verso di un uccello a cui piace stare in gabbia. Per esempio, se mi sento a disagio di fronte a come la cultura sia commerciale e a come tutti quanti sembrino fare capolino solo se c’è un dollaro da spremere, io decido che va bene, lo farò anch’io, ma lo farò pieno d’autoironia dicendo “Sono una troia, proprio come tu sei una troia”, e tutti ci facciamo una bella risata a denti stretti. Ma in qualche modo siamo partiti da una situazione che da principio non mi piaceva, a cui magari rinunciare costa molto, ma invece io prendo la strada più facile, sempre comunque sventolando questa patente d’ironia che mi esime da qualsiasi critica. Questo potrebbe essere il modo più veloce di affrontare l’argomento […]

    • sì le cose che ho riportato sono le punte di idiozia, purtroppo poi c’era tutto il contorno di supponenza. sembra che ‘sta gente non sia interessata tanto al film in sé, quanto a presenziare perché fa figo e intellettuale vedere i film di cannes, cosa che avevo già notato alla rassegna dei film di venezia, sempre qua a roma, con scene ai limiti dell’assurdo. comunque come avrai notato niente giustizia per leos carax, però almeno mi posso consolare con reygadas, audiard e seidl, sempre che possa permettermi di buttare un pomeriggio per comprare i biglietti in anticipo.

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